LA MARATONA DI AVERSANO È FORTE

 

di Quirino Principe
IL SOLE24ORE - Degni di nota – 18 ottobre 2015

Radio Tre, erede del “Terzo” di Labroca, Lupi, Gadda, continua a combattere per la musica forte. Eppure anche qui s’insinua il virus del “mercato”. Se la pubblicità fosse ben separata dalle cose serie, uno slalom eviterebbe le zone infette…Ma la promiscuità diffonde il pus. La voce estasiata che sussurra “…gestionali Zucchetti…”, “…sono il suo Conad…”, è la stessa che sibila suadente: “…Chopin…”. Nello sfondo: la delinquenziale saldatura tra diverse pagine chopiniane. I sudditi si abituano a pensare (tale è il fine inconfessato del Potere, tali i suoi mezzi sub limite) che la compilazione di moduli o il cibo da supermercato lancino messaggi non meno importanti degli Studi op.10 e 25 o della Barcarola op.60. Certo, “un po’ di vero c’è”, diceva Pinkerton: dopo l’incipit chopiniano, la voce flautata-frullata sviolina, centellinando goduriosamente i fonemi: “…Lang Lang…”, e in effetti ontogenesi di Lang Lang, Conad, Zucchetti sono affini. “Non abbassiamoci, siamo superiori…”. Oh, le anime belle! La sotto-sotto-cultura che legifera e governa, moraleggia e pontifica, pretende anche d’imporci una Borsa-Valori in un campo che essa ignora, disprezza, deride, sputacchia: la cultura, la musica. L’idea è: “straniero è bello” a priori. Ce lo spiega il ministro che ha voluto un’orda di stranieri poco illustri a dirigere gli Uffizi, Brera, e altro. In Italia non esistono studiosi di storia dell’arte, Carlo Sisi è un personaggio dei fumetti inventato, né esiste un Istituto Italiano del Restauro poichè ce lo siamo sognato. Del pari, non esistono pianisti italiani (ma quali?): soltanto ucraini, romeni o cotonati-mandorlati. Eppure (strano, vero?) c’è un pianista italiano culturalmente scorretto che smentisce l’opinione ormai acquisita secondo cui suonare il pianoforte non è un dilettevole intrattenimento in una pausa di talk show né (secondo la maniera vaticana d’intendere la musica) un frivolo svago, bensì logos, pensiero. Da anni, Emilio Aversano propone in varie sedi d’impresa della “maratona pianistica”, del tutto diversa dalle provocazioni tipo Vexations di Satie. Uomo del sud, esploratore dei percorsi sottilissimi compiuti dalla filosofia fiorita già 2400 anni fa nella Magna Grecia (questo nome è per lui una fonte di energia e una speranza di palingenesi culturale), Aversano costruisce programmi di concerto dal vivo o sequenze realizzate in Cd, e disegna meravigliosi itinerari, tali da impegnare inconsuete energie quando si tratti di tre o quattro Concerti per pianoforte e orchestra da ascoltarsi di seguito, come un’unica grande architettura densa di significati mutevoli ma in connessione logica e poetica, e perciò, come egli intende e li esegue, indissociabili se pensati alla quota d’altitudine  da lui misteriosamente individuata. C’è sempre una linea d’orientamento, che suggerisce all’ascoltatore di guardare agli archetipi dell’Occidente per decifrare meglio la musica in itinere: a Omero, a Saffo, ad Alcmane, a Lucrezio, a Virgilio. La lettura in trasparenza, in questo Cd, di quattro Concerti come quattro canti di un poema (Mozart K.488, Schumann op.54, Schubert- Liszt con la trascrizione della Wanderer op. 15 D.760, Čajkovskij op.23), è guidata con mano leggera da Aversano nel booklet scritto da lui stesso. Facciamo nostre le sue parole, invitando le istituzioni all’attenzione per chi serve davvero la musica, non per chi se ne serve.

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