IL MARATONETA

di Claudia Abbiati
Amadeus - ottobre 2014

Un po’ atleta, un po’ filosofo. Incontro con un pianista che fa di ogni concerto un’impresa. Con la Magna Graecia nel cuore.

Portare ai limiti estremi le potenzialità fisiche e musicali dell’uomo: questa è la missione del pianista Emilio Aversano, che con le sue “maratone” si dimostra ampiamente in grado di eseguire quattro o addirittura cinque Concerti per pianoforte e orchestra in un’unica serata senza mostrar particolare stanchezza o affaticamento. Ma non si tratta di una pura esibizione virtuosistica basata sulla resistenza e la concentrazione, come ci spiegherà lui stesso dall’amatissima Tropea: nato a Salerno 47 anni fa, ha una lunga esperienza come concertista in recital solistici e con orchestra, da più di un decennio è ospite praticamente fisso delle Serate Musicali di Milano in cui propone i suoi ardui programmi a un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta. Questo mese sarà invece in tournée anche a Lipsia e a Berlino. 
Perché rivivere in musica il concetto di “maratona”? 
“La ragione vera è molto filosofica ed è basata sull’imitazione dell’antico mondo greco. Essendo originario dalla Magna Grecia, terra fertile di poeti e filosofi, e avendo fatto studi classici sfociati in una laurea in lettere moderne (con una tesi intitolata Dante e la musica, n.d.r.), mi è risultato naturale accostare ai templi della mia terra immagini come quella della corsa di Filippide per annunciare agli Ateniesi la vittoria di Maratona. Si tratta di una sfida contro me stesso e non nasce dal desiderio di mostrare agli altri la mia bravura. E’ una questione di autodisciplina e di impostazione mentale, guadagnata grazie a maestri come Aldo Ciccolini che ha sempre insistito, in maniera quasi ossessiva, sul rispetto del testo. La cultura pianistica, quella della Magna Grecia e il mio personale desiderio di perfezionamento continuo sono quindi sfociati in questa forma di concerto. In realtà prima di me anche Arturo Benedetti Michelangeli ha eseguito tre o quattro concerti di Mozart in una serata e in qualche modo ho recuperato la tradizione delle serate viennesi che duravano parecchie ore”. 
Il pubblico sembra apprezzare. Dove ha trovato più entusiasmo?
“Quello milanese è senz’altro il pubblico più appassionato. Le Serate Musicali sono un’istituzione di riferimento e quindi è sempre un piacere e un onore suonare alla Scala Verdi o al Teatro Dal Verme. In Italia poi è sempre molto difficile portare queste novità perché la priorità data ai musicisti stranieri è vissuta con dispiacere da me e dai miei colleghi. Milano rispetto ad altre città italiane offre tantissima libertà in più e una forma di rispetto per gli artisti che altrove a volte manca. E’ una vera finestra sull’internazionalità”.
Una finestra che per lei si è già aperta…
“Esatto: ho intrapreso collaborazioni con agenti stranieri e grazie a loro si sono aperte porte importanti. Proprio questo mese girerò l’Europa con il Concerto K488 di Mozart, il Concerto op. 54 di Schumann, la Wanderer-Fantasie D760 di Schubert nella trascrizione di Liszt e il Concerto n.1 di Cajkovskij. Il 7 ottobre sarò in Bulgaria con al Vidin Philharmonic State Orchestra ed il 12 ottobre a Bacau con l’Orchestra Filarmonica locale diretta da Ovidiu Balan. Sempre con loro sarò poi al Gewandhaus di Lipsia il 19 per poi concludere il 20 ottobre alla Konzertsaal Universitat der Kunste di Berlino”.
Quali altri grandi concerti ha in repertorio? Tra questi qual è quello che sente più “suo”?
“In repertorio tra gli altri ho il Concerto n.2 di Liszt, il Concerto n.2 di Rachmaninov, il Concerto di Grieg oltre a varie composizioni per pianoforte e orchestra di Mozart e la Grande polacca brillante di Chopin. C’è un po’ tutto il repertorio classico e romantico, ma quello a me particolarmente affine è senz’altro il Primo di Cajkovskij”.
Come si acquisisce la resistenza fisica e mentale per sostenere delle serate così lunghe e complesse?
“Questa è in assoluto la domanda che ha più senso, perché determina l’intera concezione della vita. L’essere umano deve capire dall’inizio che certi risultati si possono ottenere solo ed unicamente con il sacrificio assoluto e la dedizione alla professione, un altro insegnamento che arriva dal mio maestro Aldo Ciccolini. Il pianoforte è così, e le mie incisioni sono sempre rigorosamente “live” perché è fondamentale poterlo dimostrare: l’artista deve condurre una vita regolata, totalmente scevra di vizi. Io non bevo e non fumo, non per un’imposizione particolare ma perché per arrivare a determinati risultati bisogna avere un autocontrollo totale. Questa disciplina ferrea impone di studiare – nel senso latino del termine “studium” – in continuazione, non solo stando seduto alla tastiera del pianoforte ma anche cercando di leggere la musica in altro modo, come nel rapporto con la natura che mi apre sempre nuovi orizzonti. E’ durante i periodi di riposo che costruisco i suoni e le immagini e anche qui l’importante è pensare di “fare della propria vita un’opera d’arte”, per dirla con una frase di Gabriele D’Annunzio. Quello che vorrei insegnare ai giovani è che il risultato non è un diritto, ma un merito, e si raggiunge solo con il sacrificio e la gavetta: prima di suonare nei grandi teatri ho fatto centinaia di concerti nell’Europa dell’Est spesso in condizioni precarie, ma è un bagaglio che mi porto dentro”.
Le sue maratone musicali si riflettono anche nella pratica sportiva?
“Si, faccio molto sport, in particolare atletica e nuoto. Amavo molto giocare a tennis, ma ovviamente non posso più farlo per motivi professionali”.
Oltre alle maratone pianistiche tiene spesso dei “dialoghi in musica”…
“Sono dialoghi in stile platonico: ultimamente nei miei dialoghi parlo del rapporto tra Beethoven e l’antica Grecia affiancando un programma pianistico di tre Sonate. L’ho già portato a Milano e a Tropea e il 30 ottobre ne terrò uno al Ravello Festival insieme a Bryce Morrison, grande specialista dell’interpretazione pianistica. Sarà un dialogo sospeso tra Omero, Shakespeare, Platone e Kant, tutti autori che per Beethoven sono riferimenti assoluti. Di solito Beethoven viene affrontato in maniera personalistica, ma io penso che in realtà il suo testo musicale sia legatissimo all’antica bellezza ellenica”.
Quali sono le sue iniziative per valorizzare il patrimonio dell’antica cultura della Magna Grecia nel Sud Italia?
“La mia città natale, Salerno, in epoca greca e latina ha vissuto il suo splendore massimo, e i miei genitori mi portavano spesso in gita a Paestum. Questi templi, con la loro grande base forte che si slancia e li fa sembrare quasi pronti a volare, mi ispira in continuazione, come pure i poeti greci, da Omero ai lirici, da Alceo, Saffo, e Anacreonte fino ad arrivare al sublime Notturno di Alcmane. Per me è tutto qua: vagheggio gli ideali omerici, la raffinatezza, l’eleganza e il culto del bello, da cui scaturisce il tipo di suono che ogni pianista dovrebbe ricercare, ricco di timbri e colori. Sul territorio insieme ad alcuni giovani collaboratori mi impegno come presidente del Festival Armonie della Magna Graecia, che si tiene tra luglio e agosto nella zona di Tropea e Pizzo Calabro, due antiche località stracolme di storia. Insegno al Conservatorio di Vibo Valentia e così d’estate nei brevi momenti di vacanza unisco il riposo alla mia attività, che mi dà un divertimento nell’anima unico. E sarà la cultura magnogreca a condurmi alla verità, ne sono sicuro”.

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