L’OROLOGIO CHE SUONA HÄNDEL

di Quirino Principe
IL SOLE24ORE - Degni di nota - 3 febbraio 2013

Di uno studioso ancora molto giovane, Massimo di Sandro, abbiamo letto con insolita rapidità l’ultimo libro,  di quelli che empiono il lettore di benessere intellettuale. E’ come se noi leggessimo una ben riuscita  ibridazione di “horror” enigmistico-matematico (del tipo Lo scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe o Il tesoro  dell’abate Thomas di Montague Rhodes James), di fantascienza e fantatecnica con parrucca incipriata o in  redingote (del tipo Mathias Sandorf o L’isola misteriosa di Jules Verne), di neopitagorismo utopico  intrecciato con Cavaliere-Morte-Diavolo (quale s’intravede nel Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse)  e di aroma, questa volta severo e disciplinare, di nobile polvere di archivio storico. Una settimana fa,  incontrando a Milano (al Grechetto) il pianista Emilio Aversano, avevamo avuto la viva illuminazione di  quanto possa essere colto e raffinato, “ellenico” ed europeo insieme un artista del nostro Sud. Ora per noi  Di Sandro, nato a Napoli nel 1967, è la dimostrazione vivente di una verità sovente dimenticata: la viva  tradizione che, nel “midi” d’Italia, riesce a coniugare senza sforzo né trauma le scienze dure con le scienze  molli, Pitagora con Ibico, Archimede con Archita, e a custodire con eleganza un’immensa “Wunderkammer”  né desertificata né crollante. Storico della musica, teorico della didattica, direttore di coro al Conservatorio  “San Pietro a Majella” di Napoli, Di Sandro ha coltivato dai primi anni della sua formazione culturale e  artistica un interesse irresistibile per le macchine musicali che nella storia d’ Occidente sono nate in  parallelo con il sorgere dello spirito tecnico e scientifico che percorse il pensiero illuministico, ma che in  seno all’illuminismo si sono qualificate storicamente, anche nelle potenzialità suggestive del loro fascino  lievemente sinistro: a partire del virginale meccanico re Enrico VIII d’Inghilterra, e poi dallo strumento  automatico donato al Sultano nel 1593 da Elisabetta I figlia di Enrico VIII, che era la combinazione di un  clavicembalo, di un organo, di vari trombettieri meccanici, con l’aggiunta di “singing birds”. Poi vennero gli  orologi musicali: la “Spieluhr”, la “Flötenuhr”, il carillon, il “galoubet” ossia un piccolo flauto a becco  abbinato, sovente mediante un meccanismo, a un tamburino. Molti di questi strumenti, sentiti dal pubblico  come meno bizzarri e stravaganti di altri e addirittura necessari al giusto ascolto, stimolarono composizioni  di Händel, Carl Philipp Emanuel Bach, Haydn, Mozart, persino Beethoven…Ma il secolo d’oro fu il XVIII. Di  Sandro narra la storia dell’inglese Charles Clay, morto nel 1740 (poco d’altro si sa di lui), che si specializzò  nella costruzione di orologi con organo (“organ clocks”) capaci di riprodurre con impressionante e realistica  somiglianza arie d’opera, preludi, sonate, toccate, danze. Dei suoi orologi musicali, tre sopravvivono, e in  condizioni di tale eccellenza da funzionare come in origine. DI essi, Di Sandro ci offre la descrizione del più  antico, che si trova a Napoli. Questo prodigioso giocattolo, del quale il libro dà la struttura meccanica in  termini rigorosamente matematici, può suonare dieci composizioni. Almeno metà di esse sono identificate,  in questo libro per la prima volta, come composte da Händel. Formule algebriche e illustrazioni, esempi  musicali su pentagramma e riproduzioni di documenti ufficiali, rendono questo libro un’occasione che  stranamente (o non stranamente) unisce una disciplina ardua a una continua eccitazione, come un  perpetuo clima di festa.

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